IXΘYΣ di Gianni MARAN

Venerdì 22 marzo, alle ore 18.00, presso la Chiesa di Santa Maria dei Battuti,
inaugurazione della personale di Gianni MARAN

IXΘYΣ

la mostra rimarrà aperta fino al 21 aprile 2013 con i seguenti orari:
venerdì: 15.00_19.00
sabato, domenica efestivi: 10.30_19.30
ingresso libero

Gianni Maran, nasce a Grado (Gorizia) nel 1958.

Artista nella maniera più ampia del termine: scenografo, costumista, regista teatrale e cinematografico, da sempre sceglie l’arte figurativa per esprimere i suoi sogni quotidiani.
Nel 1980 la prima personale, da allora numerose mostre in tutto il territorio nazionale in importanti Gallerie e in prestigiosi spazi pubblici, con grandi consensi da parte del pubblico e della critica specializzata.
Recentemente ha partecipato a esposizioni internazionali in: Salvador, Praga, Stoccarda, Helsinki, Istanbul, Copenaghen, Buenos Aires, Montevideo, Amburgo, Helsinki, Vilnius, Colonia, Vienna, Sydney, Dubai.Le sue opere sono presenti in importanti collezioni pubbliche e private in Italia e all’estero.E’ presente nelle ultime edizioni del Catalogo generale dell’arte Moderna Mondadori, e nell’Enciclopedia d’Arte Italiana

Per Maran il pesce rimanda alla cristianità. Quando si sentivano minacciati dai Romani, nei primi secoli dopo Cristo, i cristiani marcavano i luoghi delle riunioni e le tombe con il classico segno del pesce, anche per distinguere amici da nemici. Secondo una storia antica, infatti, quando un cristiano incontrava uno straniero per strada, il cristiano tracciava un arco per terra e, se lo straniero completava il disegno con un arco opposto, si identificava anche lui come cristiano.

Già dal primo secolo, i cristiani fecero un acrostico della parola “pesce”, in greco ictys:  Iesous Christos Theou Yios Soter, (ICTYS) ovvero: Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore.  La parola greca maiuscola IXΘYΣ, è la parola usata nel Nuovo testamento per la parola "pesce".

È stato insignito dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano del premio di rappresentanza per la mostra “IXΘYΣ” del 2011.

Uno dei perni generatori della riflessione di Gianni Maran è il pesce, creatura capace di esprimere il carico simbologico che la cultura di tutti i tempi le attribuisce fino a incarnare l’attività vorticosa e impalpabile del pensiero. D’altro canto il suo nome greco (IXΘYΣ) dà titolo alla rassegna e non è un caso che sia acrostico significativo, il risultato delle prime lettere della locuzione tradotta “Gesù Cristo, figlio di Dio, Salvatore”. L’artista lo concepisce non solo come una porzione di natura che fluttua nell’acqua, ma un involucro seducente di significati allegorici che corrispondono alle condizioni dell’uomo sulla terra. Per Gianni Maran, nato a Grado come il poeta Biagio Marin che per l’isola e per il suo mare ha concepito le liriche più vibranti, l’Adriatico è l’elemento che unisce diverse connotazioni della fisicità e della storia. La potenza delle correnti, la forza dell’acqua, il brulicare di vite nella fluidità della sua sostanza, il carico di mistero che racchiude anche per l’uomo di oggi, sono temi che confluiscono nella straordinaria combinazione di poesia e narrazione, di evocazione e fantasia, di aderenza alla realtà e d’immersione nel mito. Infatti la pittura è una lunga teoria di finestre aperte sugli abissi mediterranei, dove l’occhio dell’artista vede scorrere pesci che disegnano teorie ed evoluzioni geometriche, nelle quali sono “nascosti” racconti popolari e mitologie personali.

 

Nella forza dell’ironia e nel piacere di una visibilità talora ludica e gioiosa Gianni Maran esprime una serie corposa di tensioni allegoriche che è possibile leggere nelle condizioni dell’uomo contemporaneo: le sagome di pesci, tutte uguali tra loro, si “muovono” in uno specchio di mare fortemente intricato di linee disposte a reticolo, che imbrigliano il branco; ma la visione positiva dell’artista lascia libero uno spazio centrale, una via di fuga possibile, come capita spesso all’individuo oggi che, quando tutto sembra perduto, si apre un varco sicuro per la salvezza. 

Il ventaglio di colori si accende di sfumature cangianti in una disseminazione di bolle che appare una sorta di dispersione granulare. Quando la creatura marina è ridotta a pura lisca, è in ogni caso la testa che la guida nei flussi vitali in un concerto di scie luminose prodotte a volte dal cannello d’aria compressa, che toglie colore trasportandolo in zone di più marcata densità d’impasto. Questo resta sempre una pellicola finissima, che si presenta come diaframma tra l’occhio dell’osservatore e una profondità da ricercare con la fantasia. La cifra poetica di Maran sta tutta dentro quel complesso di intrecci, vortici di linee attraversate dall’idea di un calore leggibile in tonalità cromatiche squillanti. I singoli pesci si dislocano sul piano dell’opera, omologati in parvenze simili, a rappresentare il fenomeno massificante che avviene spesso nelle dinamiche sociali. Talora nel quadro le direzioni di movimento sono diverse e diventano simboli dei differenti destini degli uomini, anche se sono inglobati in meccanismi apparentemente uguali. L’artista si sbizzarrisce in una serie molteplice di esiti formali, utilizzando un ventaglio di colori piuttosto ridotto (giallo, magenta e azzurro), con cui ottiene poi una ricca gamma di sfumature, velature e tonalità, agendo sulla maggiore o minore acquosità del colore. E il vezzo manipolatorio della figura si riflette anche nel repertorio di tipologie delle lische o dei pesci. Nella fase più recente della sua ricerca Gianni Maran fa eclissare in alcuni casi la figura e ammatassa il segno infittendo la tessitura di uno spazio labirintico, che lascia trasparire la traccia di una gestualità governata dalla strategia geometrica. Che si precisa anche nelle esperienze vicine alla sensibilità optical, dove tracce di luce parallele animano una superficie di molteplici vibrazioni. Qui si ritrova quella stessa lucentezza che ceramica e smalti danno alla scultura, divinità marine che sono un inno alla bellezza femminile e al corpo armonioso della donna, risolte e giocate sulla verticalità di un’eleganza che, in perfetta sospensione, equilibra essenzialità della forma e splendore cromatico, dove le trasparenze riportano queste creature nell’alveo che concettualmente le ha generate, il mare appunto. Diverse cotture e vari inserti in metallo (argento, bronzo e oro) conferiscono carattere ben riconoscibile a presenze filanti nella verticalità, che avvitano nello spazio la loro condizione di prelievi dalla classicità: è per questo che la figura femminile, “vestita” di preziosi smalti, si attesta al limite tra donna terrena e divinità celeste. In tal modo, con la medesima energia poetica che anima la superficie dei suoi quadri, Gianni Maran “scrive” pagine di un diario dove le positività dell’esistenza mettono in sordina le inquietudini della contemporaneità.

Testo critico di Enzo Santese

 

Alcune immagini dell'inaugurazione e dell'allestimento