IACOPO TOPPAZZINI "La pittura del silenzio e della natura"

Iacopo Toppazzini non è un uomo superficiale e, come ogni artista, è dotato di particolare sensibilità. I lunghi viaggi in Paesi lontani, spesso vissuti in solitario, che ha animosamente affrontato nella sua giovinezza alla scoperta dello strano mondo in cui è capitato a vivere, hanno rafforzato la sua attitudine alla riflessione e incentivato la sua propensione a cogliere e a saper raccontare con i pennelli aspetti nascosti della realtà, in un’ostinata quanto inconclusa ricerca della ragione ultima delle cose.

Perché dipingo? Esiste un significato profondo nell’atto di fare arte?” si chiede Iacopo nei suoi taccuini disseminati di disegni, di intuizioni, di fuggevoli sensazioni.

Quesiti destinati a rimanere senza risposta. Domande che rimandano agli inestricabili dilemmi su cui i filosofi si vanno arrovellando da millenni. Ma se ci sfugge del tutto il significato delle nostre azioni, anzi il senso stesso del nostro esistere, non possiamo non riconoscere che l’arte rappresenti una delle più alte manifestazioni del genio, fondamentale risorsa che ci allieta e che rende sopportabile l’astrusa vicenda che chiamiamo vita.

Iacopo, a dispetto dello snobismo modernistico imperante, dipinge con solida padronanza tecnica nel solco della più nobile classicità, come da sempre hanno fatto e continuano a fare i grandi maestri della tradizione nel creare capolavori destinati ai veri intenditori d’arte, non influenzabili dalla stolida evanescenza delle mode.

Fonte inesauribile di ispirazione per Iacopo è madre natura, di cui si avverte parte viva e partecipe, affascinato dalla sua prodigiosa bellezza fatta di infinite sorprese, di oscure forze, di delicati equilibri.

Intenzione dell’Autore non è solo quella di fissarne e di additarne l’oggettivo splendore, ma cercare di penetrarne gli arcani, di svelarne i lati oscuri, gli impenetrabili nascondigli,fino ad immaginarne le sue potenziali ribellioni all’ottuso procedere degli umani.  

Nel catturare la bellezza naturale nella sua infinita gamma di forme e di colori, Iacopo ci propone con i suoi quadri inusuali punti di osservazione – dal sottosuolo, da profondità marine, da lontananze notturne – per sottoporre, insieme al piacere estetico, qualche riflessione sul rapporto che una proterva umanità intrattiene con la natura, sua fonte di vita.

Si è venuta così dispiegando la nutrita produzione pittorica di Iacopo Toppazzini, che annovera opere di grande respiro, imponenti scenari pittorici su tela o su muro, ma anche tele di ridotte dimensioni in cui concentra la sorprendente perfezione di piccoli soggetti isolati. Egli sa rendere protagonisti anche solo una raganella dal verde acceso, un’umile piantina sradicata di salvia, la curiosa struttura di un cavalluccio marino, il vagare di un granchio solitario, la silenziosa solennità di una conchiglia adagiata sul fondo o, in dimensioni maggiori, montagne innevate, scorci marini, pesci predatori che nuotano minacciosi in acque cupe o a loro volta minacciati da sempre più invasivi insediamenti umani e da sversamenti di veleni che contaminano il loro habitat.

Una serie di lavori in cui domina il nero ci presenta prospettive di città immerse nella notte, con le loro estese ragnatele di luci che lasciano intravedere scheletri di gru,  profili di grattacieli, ingombranti tralicci per i cavi dell’alta tensione, alternati ad opere radiose con alberi secolari che protendono poderosi rami nodosi verso il cielo come braccia imploranti o ciclopiche dighe che imbrigliano la potenza di enormi masse d’acqua, sfidandone la devastante dirompenza costantemente in agguato. 

La pittura di Iacopo pare nutrirsi di pura bellezza e di meditati silenzi. Si sofferma sul clamoroso contrasto tra la ruvida, indurita corteccia di un tronco, corrugata come la faccia di un pescatore, e l’inconsistente levità di una farfalla che la sfiora. Si diverte nel dipingere ciliege o una rosa canina che esondano dalla tela andando ad invadere la cornice e sollecita la nostra immaginazione con la raffigurazione sotterranea di turgide cipolle, di esuberanti carote, di vilucchi dai rizomi sottili e ostinati che si fanno strada tra pezzi di vecchie tavole ammonticchiate – con impeccabile effetto trompe-l’œil – fino a far sbucare alla luce i suoi fiori bianchi, rivelando l’invisibile forza ctonia e il non meno segreto progetto evolutivo che li fa nascere e imperativamente crescere.

Ci regala l’incantamento di vedute del Tagliamento, con la sua sassaia chiara e riarsa, venata qua e là da azzurrine vie d’acqua che accarezzano sassi multicolori, pazientemente levigati nei secoli, in cui si percepiscono lo sciacquio leggero della corrente, le vibrazioni dell’aria che profuma di pioppi e di vincastri e quell’appagante sensazione di solitudine che trasmette la vasta piana deserta.

A Iacopo Toppazzini va la nostra ammirazione per essere riuscito a creare opere gradevoli e ricche di positive suggestioni che inducono a pensare, sapendo magistralmente sfruttare il più antico e universalmente comprensibile mezzo espressivo dell’uomo: la figura.

A partire da quelle immagini, graffiate sulle pareti di rocciose caverne dai nostri sconosciuti antenati agli albori della civiltà, che hanno preceduto l’invenzione della scrittura – e forse anche quella della parola, il più insondabile degli umani enigmi – e che oggi sono base e trionfo della comunicazione, la figurazione ha consentito ai veri artisti e a Iacopo Toppazzini tra questi di consegnare a questa confusa umanità, assetata di verità e di bellezza, opere che la consolano, che la nobilitano e che verranno amorevolmente conservate nel tempo.

 Giovanni B.D. Serafini